CACCE SABAUDE (XVI-XVIII s.). Tra memoria e presente

Il territorio
Il 7 febbraio 1563 il duca Emanuele Filiberto fa il suo ingresso trionfale a Torino, dove ha trasferito da Chambéry la sede dei suoi domini. La vittoriosa battaglia di San Quintino (1557) conseguita sui Francesi da Emanuele Filiberto alla testa dell’esercito ispano-imperiale aveva riportato Savoia e Piemonte alla dinastia sabauda, inaugurando un periodo di sviluppo urbano.
Uno dei primi atti di governo, che sarà sviluppato dai suoi successori, riguardò proprio la caccia, attraverso l’acquisto di terre, come quelle del castel vecchio di Stupinigi , e la emanazione di norme che di fatto estendevano i confini della “caccia riservata” a disposizione della corte oltre quelli della effettiva proprietà, riaffermando l’intento politico del controllo e gestione del territorio intorno a Torino, e favorendo conseguentemente la gestione per le cacce di corte.
I luoghi della caccia sono indicati nella “Carta topografica della caccia” (Archivio di Stato di Torino, Corte, Carte topografiche Segrete, 15 A VI rosso). La Carta, realizzata tra 1760 e 1770, riporta con precisione le rotte di caccia, raffigura la capitale e suoi dintorni, dalla collina di Torino a Rivoli, da Carignano a Venaria Reale, con esclusione della sezione a nord della Stura, che pur era zona di caccia reale. In tale area era fatto divieto di usare i boschi, per consentirvi il ripopolamento della selvaggina. La Carta comprendeva le residenze sabaude venatorie intorno a Torino.
Già all’epoca possiamo dire che la “gestione faunistica“ del territorio era presa in esame anche dai più celebri trattati di caccia, tra questi la Vènerie Royale di Robert de Salnove (1665), gentiluomo al servizio di Cristina di Francia (1619), arrivato a Torino da Parigi, che dedicherà una sezione della sua opera alle cacce reali in Piemonte. Salnove scriveva: ”Per cacciare, gli animali che si vogliono catturare costituiscono il fondamento e il fine, … e senza di loro la caccia non avrebbe luogo. È quindi necessario popolare le foreste di animali.” All’epoca i cervi popolavano l’area intorno a Torino, e Salnove ne descrive il particolare comportamento e diverso umore rispetto alla Francia. I cervi piemontesi infatti, per la presenza di numerosi torrenti e bialere, avevano l’abitudine di entrare nell’acqua per loro “naturale inclinazione”, rendendo molto complesso insidiarli.
Le residenze venatorie sabaude suburbane
Le principali residenze riconosciute Patrimonio mondiale dell’Umanità UNESCO (1997) e teatro della “vènerie royale” sono: l’antica residenza dinastica di Rivoli; la città e reggia di Venaria Reale, costruita a partire dal 1658 circa; la Palazzina di Caccia di Stupinigi (1729), inaugurata il giorno della caccia di Sant’ Uberto del 3 novembre 1731.
La Reggia di Venaria, fatta costruire dal duca Carlo Emanuele II, organizzata con grandi canili e scuderie, fu utilizzata come residenza venatoria tra la seconda metà del ‘600 ed i primi decenni del ‘700. Di quel periodo la “reggia di Diana”, con affreschi e pitture che descrivono un’attiva partecipazione delle donne, che seguivano le cacce cavalcando all’amazzone per tutta la giornata, educate come un uomo. La grandiosità del progetto è sorprendente per la piccola corte sabauda: la fondazione di una città per la caccia, Venaria Reale, con la via Maestra a forma di collare dell’Annunziata, la massima onorificenza sabauda; al centro la Reggia di Diana, dove l’affresco di Giove che incorona la dea Diana, “delle cacce ti dono il sommo impero”, è emblematico del potere riconosciuto alla dinastia; e a seguire verso le montagne, in una prospettiva quasi senza fine, la grande peschiera che unisce la fontana di Ercole e il tempio di Diana, in fondo al giardino, di cui restano le fondamenta, verso il “Gran Bosco”, attuale parco della Mandria.
In seguito, eliminati alla Venaria i canili per un impiego più aulico del palazzo, l’attività organizzativa della caccia viene spostata a Stupinigi, dove sono realizzati i primi canili da Juvarra e poi i grandi canili di Ludovico Bò (1770-1777), a forma di croce di Sant’Andrea, più adatti alle specifiche esigenze operative.
Organizzazione e valore formativo delle cacce reali
Dal Medioevo, in Francia e presso gli Stati Sabaudi la pratica venatoria per eccellenza è la vènerie, la caccia al cervo, esercitata a cavallo con l’ausilio di una muta di segugi, con la partecipazione diretta del sovrano e di tutto l’apparato organizzativo che, nel suo complesso, identifica “l’equipaggio” di caccia. In Piemonte c’era un solo Equipaggio, quello reale, in Francia anche le più importanti famiglie aristocratiche potevano avere un proprio Equipaggio. Si trattava di una caccia in movimento, a cavallo, e non in battuta.
Presso la dinastia sabauda tutte le cacce erano sottoposte all’autorità del Gran Cacciatore e Falconiere, “piccolo grande di corte”, che aveva un rapporto diretto con il sovrano. La caccia al cervo, la più complessa, prevedeva la presenza del piqueur, che aveva la responsabilità della conduzione della muta, coadiuvato da valets a cavallo e a piedi. Alle cacce partecipavano anche i Gentiluomini della Venaria e i paggi, ossia giovani nobili che frequentavano l’Accademia Reale, poi Militare di Torino, voluta da Carlo Emanuele II e inaugurata dalla consorte, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (1678), la più antica d’Europa, dove sarebbero stati paggi grandi personaggi del nostro Risorgimento, come i fratelli La Marmora. Si comprende quindi il grande valore formativo all’epoca rappresentato dalla caccia al cervo, che non era solo il primo tra i “loisirs” di corte o semplice “divertissement”, ma un esercizio mirato all’educazione del principe sin dalla giovane età, a fortificare il corpo per sostenere lunghe e faticose giornate a cavallo, in vista di possibili tempi di guerra, e a conoscere il territorio, i suoi percorsi e passaggi. Per i giovani paggi era inoltre un’ occasione per conoscersi e socializzare, in vista delle incombenze di governo che avrebbero dovuto affrontare insieme al futuro sovrano, in tempo di pace e di guerra.
Lo svolgimento delle cacce reali. La vènerie
Nell’arco della giornata l’azione era mirata alla presa di un solo cervo maschio, in un rapporto di competizione cavalleresca, senza armi da fuoco, con il solo ausilio della muta di segugi. Le diverse fasi del cerimoniale, definite “funzioni”, potevano prevedere anche la grazia del cervo, se le sue astuzie avevano meritato il riconoscimento del suo valore. Nel 1740 viene codificato il cerimoniale delle diverse cacce di corte, in particolare quello del cervo (Biblioteca Reale di Torino, St. Patria 720, libro II). La prima fase è il “fare il bosco”. La mattina presto alcuni cacciatori dell’Equipaggio, valets a piedi, ciascuno con un limier, cane limiere, segugio dal finissimo olfatto, in silenzio, si recavano nel bosco per andare alla cerca (quête) di impronte o fatte fresche, dalle quali comprendere le caratteristiche del cervo da inseguire. Se il luogo appariva quello propizio, da dove era passato l’animale, si rompeva un rametto (brisée) per poterlo poi riconoscere. In questa fase non si vede ancora l’animale. Nel corso del XVI-XVII secolo si assiste in Francia, e nel XVIII secolo a Stupinigi, all’apertura di strade all’interno delle foreste destinate alla vènerie, adatte anche al passaggio di carrozze, con frequenti incroci a stella, rotte che concorrono a facilitare i movimenti e delimitare determinate porzioni di bosco. Segue l’”assemblée”, che si tiene in un luogo stabilito nel bosco, dove sovrano e grande cacciatore siedono a tavola per il banchetto con la corte e ricevono coloro che hanno fatto il bosco, valutando e scegliendo una delle proposte. L’Equipaggio con i cani si sposta così nel luogo prescelto, dove i segugi, seguendo l’odore, e non “ a vista”, si lanciano all’inseguimento. Nel corso dell’azione le diverse situazioni (cervo nell’acqua, cambio di foresta, scambio con una cerva…) hanno ciascuna una propria musica, mirata a mantenere il coordinamento dell’Equipaggio nella “seguita” di quel cervo, e non di altri. La fase della verità è il “débuché”, denominazione tuttora viva nella toponomastica torinese, presso Stupinigi, dove era l’allea del débuché, ovvero l’uscita del cervo dal bosco. Se ad uscire dal bosco era un cervo maschio, dai palchi importanti, l’inseguimento proseguiva fino all’”hallali “ (alleluia), quando il cervo veniva fermato dai segugi, ed alla sua presa finale (curée) o possibile grazia; in caso negativo, se il cervo non fosse stato quello atteso, la caccia veniva definitivamente interrotta.
Le fasi di questo cerimoniale sono rappresentate nel ciclo seicentesco di vènerie di Jan Miel alla Venaria Reale (1659-1663), ed in quello settecentesco di Vittorio Amedeo Cignaroli, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi (1770/1777), quest’ultimo con grande precisione nella restituzione delle tenute/divise dell’Equipaggio, dai colori sabaudi scarlatto e bleu du roi.
La musica nel cerimoniale venatorio
Nel corso della caccia i componenti dell’Equipaggio, piqueur e valets, avevano il loro corno da caccia per comunicare il tipo di azione in corso anche nel folto della foresta, attraverso precise fanfare. Le più antiche fanfare per corno da caccia sono state scritte tra fine ‘600 e prima metà ’700 da musicisti che conoscevano la pratica venatoria (M.A. de Dampierre, J.B. Morin, J.B. Prin…). In questo periodo infatti il corno da caccia aveva assunto la sua forma definitiva, con canneggio circolare-conico e campana di ampiezza adeguata (24-27 cm), grazie al diretto coinvolgimento e supporto delle corti d’Europa per le cacce reali. Tale condizione aveva reso lo strumento, unico tra tutti, vero e proprio status symbol, manifesto politico del potere, ma anche nuova opportunità per i grandi compositori d’età barocca, Bach, Haendel, Vivaldi, Heinichen…che composero per corno da caccia, ora denominato corno da caccia “barocco”. Il corno compare nelle opere di questi musicisti non solo in scene di caccia, ma anche come strumento che amalgama tra loro i diversi elementi dell’orchestra, a prescindere dal tema venatorio. Sarebbe quindi avulso da ogni realtà storico-musicale considerare il corno da caccia, nato e sviluppato presso le corti d’Europa, come “folclore venatorio”.
Osserviamo che nel diverso cerimoniale musicale in uso nella Mitteleuropa, nei territori dell’Impero, la caccia al cervo era in battuta e prevedeva l’impiego di armi da fuoco dalle poste. La musica c’era, ma come concerto o sinfonia alla fine della caccia, consuetudine ancora viva ai nostri giorni, e non quale segnale, come nel cerimoniale franco-sabaudo della vènerie. Nella Mitteleuropa inizialmente erano impiegati semplici corni animali, poi in età barocca corni circolari da caccia insieme ad altri fiati (oboi, fagotti, flicorni…).
Il sentimento religioso: il culto di corte sabaudo di sant’Uberto
Alla Venaria, nella prima metà del Settecento, Filippo Juvarra realizzerà la Real Chiesa di Sant’Uberto, dove erano conservate, sotto l’altare maggiore, le reliquie dei due patroni dei cacciatori, Sant’Eustachio e Sant’Uberto, dono di papa Clemente IX (1669) al duca Carlo Emanuele II per la precedente chiesa castellamontiana della Reggia di Venaria, dedicata alla Vergine Maria e a San Rocco. Come noto la visione del cervo crucifero appartiene a S. Eustachio e solo tardivamente fu ripresa per S. Uberto, nel XV secolo, alla corte dei duchi di Borgogna. Questo dono aveva fatto felice il duca Carlo Emanuele II, perché la presenza delle due reliquie avrebbe reso la reggia venatoria sabauda della Venaria la più importante tra le residenze di caccia delle corti d’Europa. La pergamena di donazione delle reliquie prescriveva che avrebbero dovuto essere visibili a tutti i fedeli, probabile motivo dell’apertura della chiesa di corte su piazza e non chiusa all’interno della residenza. Ora la reliquia di S. Uberto è conservata a Stupinigi nella chiesa della Visitazione di Maria Vergine, aperta anch’essa su piazza, e non nella cappella di Sant’Uberto interna alla Palazzina. La nuova collocazione fu voluta con la restaurazione da re Vittorio Emanuele I (1819), essendo ormai la Venaria ceduta al demanio militare, dopo i saccheggi dell’occupazione francese, troppo vasta per esser recuperata nella sua originaria funzione di reggia. Il corpo santo era stato salvato dall’ultimo curato di corte della Venaria quando nel dicembre 1798 “i Repubblicani francesi” si impadronirono delle argenterie di corte e del grande reliquiario d’argento di Sant’Uberto. La reliquia di S. Uberto in realtà è la reliquia di S. Uberto Martire presa dalle catacombe di Pretestato in Roma, secondo gli usi dell’epoca, codificati e mirati anche alla sostituzione delle reliquie che erano state distrutte nel corso delle guerre di religione e nello spirito della Controriforma. Le reliquie di Sant’ Uberto che erano conservate alla basilica di Saint Hubert, in Belgio, erano state infatti distrutte nel corso di un attacco iconoclasta degli Ugonotti nel 1568.
In Italia il culto di Sant’Uberto è storicamente presente esclusivamente presso la corte sabauda
dal XVII secolo. L’origine del culto aveva anche delle precise motivazioni politiche. I Savoia infatti, per diritto dinastico, pretendevano di ricevere i territori dell’area belgica dopo la morte senza eredi dell’Infanta Isabella Clara Eugenia d’Asburgo (1633), per “diritto di devoluzione”, ossia per il diritto consuetudinario che in quei territori privilegiava le figlie femmine di primo letto ai maschi di secondo letto. La sorella di Isabella, Caterina Michela d’Asburgo, aveva sposato Carlo Emanuele I di Savoia, con discendenza. Poiché in quei territori era molto forte la venerazione per sant’Uberto, primo vescovo di Liegi, la condivisione del culto avrebbe avvicinato la dinastia sabauda al sentimento religioso di quei territori e, nello stesso tempo, esaltato il valore di una reliquia in una residenza venatoria emblematica come la reggia di Venaria.
Il Patrimonio Immateriale – vivente, ponte tra passato e presente
Ai nostri giorni le residenze sabaude torinesi sono testimoni tangibili di un patrimonio “materiale” di architetture, pitture, per sé inanimato, ma anche di un contesto storico dove l’arte venatoria, pratica immateriale, era esercitata da una “comunità di pratica”, vivente, rappresentativa della vita che si svolgeva in questi luoghi, della cultura del suo tempo, di contatti internazionali, feste, cerimonie, modelli formativi, sentimento religioso, sociabilità, politica, in collegamento con altre pratiche, come la musica, l’arte equestre…
Il patrimonio immateriale in generale, detenuto da una comunità di pratica, ha la caratteristica, proprio per essere “vivente”, di cambiare, di evolvere nel tempo per le mutate condizioni storiche, sociali, per interazioni culturali, un cambiamento che avviene progressivamente, senza soluzione di continuità.
Questa condizione può consentire alla comunità “vivente” di creare un ponte tra il proprio passato e il presente, facendo rivivere con il linguaggio ed i valori di oggi patrimoni materiali storicamente collegati alla comunità stessa, che ha preso coscienza del proprio ruolo.
Testo a cura di Giorgio Marinello
